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Incontro organizzato dal PCI su i problemi della scuola e dell'università

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L'esser presente nelle manifestazioni che hanno per obiettivo quello di porre il problema della scuola, e quindi dell'Università, come uno dei problemi centrali, forse quello decisivo, per il nostro paese, mi appare – in quanto universitario – un dovere. Se è vero infatti che solo un forte impegno delle forze politiche per un programma di rinnovamento del nostro sistema universitario può farci uscire dalla crisi, è altrettanto vero che dalla crisi non si esce senza il coinvolgimento di chi opera all'interno dell'università, in un processo che consenta lo sviluppo delle potenzialità autonome di elaborazione e di proposte che in essa sono presenti.

In questo spirito porterò il mio contributo, con l'auspicio che la presenza attiva e responsabile, nella loro autonomia, degli universitari costituisca un aspetto significativo di un processo di mobilitazione e di confronto che si allarghi in maniera da coinvolgere sempre più profondamente l'arco delle forze politiche costituzionali.

Mi pare utile precisare anche con quali sentimenti mi accingo ad intervenire nel dibattito: solo così la mia risulterà anche una testimonianza, la testimonianza di chi per scelta di colleghi e per avventura – si trova ad essere rettore della più grossa concentrazione di studenti, di docenti e di non docenti del nostro paese, che riflette in forme esaltate ma esemplari la profondità della crisi.

E forse l'immagine più concreta e più semplice per descrivere i sentimenti di chi oggi opera nell'Università è quella della malattia, anche perché una tale immagine è quella che i mezzi di informazione hanno reso più familiare.

Un primo sentimento che provo dinanzi alla preoccupata solidarietà generale è – devo confessarlo – di stupore e frustrazione per il catastrofismo con cui la situazione universitaria viene spesso presentata. La terminologia è molto spesso vicina a quella che si userebbe per una catastrofe, e peggio, per una catastrofe verificatasi in un quadro di insieme esterno supposto implicitamente normale, con immagini che tendono ad unificare in modo indiscriminato la complessa realtà di questa istituzione. Mi domando del perché non si parli della capacità dimostrata in questi anni difficili di far fronte a una crescita quantitativamente enorme dei servizi da offrire agli studenti. E questo in assenza di programmi generali di intervento, sempre alle prese con l'emergenza quotidiana. Occorre cioè giudicare l'Università nel contesto reale nel quale è collocata, considerando le altre istituzioni pubbliche e private. Ne risulta allora che l'Università è specchio e immagine della realtà italiana, con i suoi vizi e le sue virtù, le sue contraddizioni, i suoi fenomeni di crescita e di degenerazione.

Tornando all'immagine del malato, una maggiore serenità nella diagnosi eviterebbe quel senso di stupore e di frustrazione di cui parlavo all'inizio. E poi non si può non tener conto che trovarsi al centro dell'attenzione di tanti medici che si consultano, si prova si il conforto che dà la consapevolezza di sentire l'interessamento e la determinazione a combattere la malattia, ma anche il timore che la malattia sia più rapida della diagnosi. Soprattutto si prova quel senso di smarrimento che si genera con il timore di divenire solo oggetto delle cure, di non poter contribuire a diagnosticare il male e a fornire quindi indicazioni per la scelta della terapia.

Il tentativo di descrivere i sentimenti complessi che si provano oggi all'interno della Università vuol essere un primo contributo a questo dibattito.

Occorre sì partire da una diagnosi del male, ma anche dalla consapevolezza delle potenzialità intrinseche che questo corpo malato ha dentro di sé. Occorre tener conto delle interazioni profonde tra i problemi dell'Università e quelli più generali. Occorre partire dalla convinzione decisa che i progetti che rimangono sulla carta non possono guarire nessuno.

E qui l'esperienza delle riforme mancate deve costituire un monito per un'azione decisa. Occorre uscire da un clima che si è trascinato per anni e che purtroppo non è nuovo nella storia del nostro paese a proposito di riforma dell'università.

Occorre far si che non si debbano descrivere questi anni con le stesse parole con cui Ruggero Bonghi descrive il dibattito sull'Università che si svolgeva subito dopo il compimento del processo unitario nel nostro paese e che forse può essere interessante ricordare "gli sforzi furono vani; la resistenza delle istituzioni già vecchie, la varietà delle opinioni degli innovatori furono tante che il Parlamento n'acquistò un ribrezzo a toccare le questioni di riforma universitaria. Due deputati, che ne discorressero insieme, avevano aria degli antichi auguri, che non si potevano; per testimonianza di Cicerone, incontrare insieme senza ridere: e il discorrerne nell'assemblea equivaleva a voler subito i banchi deserti e mettere in moto le lingue di tutti i colleghi, per cortesia, superstiti".

2. Dopo aver precisato il metodo per intervenire, un metodo basato sul coinvolgimento e la partecipazione di chi opera nell'università per porre mano ad un progetto che parte dall'esistente, utilizzandone le risorse e sviluppando la potenzialità, passo ad esprimere la mia opinione su due problemi centrali della riforma universitaria: la scelta del progetto e quella dei tempi.

A proposito del primo io credo che occorre sfuggire alla seduzione dei modelli astratti ti che hanno costituito in questi anni una delle cause non secondarie dei fallimenti sul cammino della riforma. Certo occorre che il progetto sia coerente con un progetto complessivo per la società ed è chiaro che occorre ridurre al minimo la "distanza" tra proposte concrete e prospettive , ma nel quadro di un'analisi realistica dei rapporti di forza e dei vincoli che questi determinano.

Come è stato detto bisogna tener presente che il progetto che si riuscisse a varare non potrebbe che essere storicamente datato.

Questo è un punto essenziale se si vuole sfuggire al pericolo di un'altra riforma mancata. Non si deve dimenticare che in effetti la "durata" dell'elaborazione di una politica e della sua attuazione é – sempre – anch'essa di per se, un fatto politico.

Entrando nel merito del progetto di riforma, io credo che un lavoro di approfondimento sia necessario per quelle che sono le funzioni istituzionali dell'Università: l'insegnamento e la ricerca. Solo dopo aver chiarito queste funzioni si possono affrontare correttamente i problemi del ruolo e della posizione del personale docente e non docente, quelli delle strutture, quelli delle risorse.

Per quanto riguarda l'insegnamento, io credo che il modo essenziale sia quello della preparazione professionale, di una ridefinizione dei profili e dei curricula. Ma questo non è un problema che si possa risolvere astrattamente, esso è strettamente correlato alla dinamica del processo produttivo, all'evoluzione del sistema economico. Non può che nascere da un'analisi accurata delle esigenze reali, da un processo certo non breve di approfondimento, da un confronto con esperienze anche delle istituzioni educative di altri paesi ad analoga
struttura produttiva.

Il problema della professionalità e della sua articolazione è centrale ed io credo che finora ne sono stati trattati solo gli aspetti generali, di principio (uno o più livelli, formazione in serie o in parallelo ecc.). In questa area occorre lavorare con un atteggiamento di concretezza che deve partire, io credo, dal reale.

Per quanto riguarda la ricerca, non si può discutere dell'Università come sede istituzionale della ricerca senza affrontare il problema dei suoi rapporti con gli enti pubblici di ricerca. E’ una strana situazione quella dell’alternanza nel nostro paese dei momenti di dibattito centrati in certi periodi sulla ricerca e in certi altri sull’Università. Questa mi sembra una difficoltà di fondo, alla quale a mio avviso dovrebbe essere posto riparo unificando il dibattito sulle due questioni. Se non si affronta questo nodo, io credo che si accetti di fatto una precisa linea di dequalificazione dell'Università.

Se accanto ai due punti che ho toccato e che certo non esauriscono le tematiche della riforma si considerano tutti gli altri appare chiaro che il problema dei tempi diventa una questione essenziale. Si tratta di esaminare se il progetto debba costituire un quadro di riferimento per il processo di riforma vero e proprio o debba anche giungere a dare soluzioni definite ai problemi che ho citato, ad esempio a quello della professionalità. Solo nell’ottica di un quadro di riferimento io credo ci si possa porre realisticamente l’obiettivo di una approvazione a breve termine. E comunque non sottovalutando le difficoltà reali che ancora a un tale obiettivo si frappongono. Ribadito che l’impegno per la riforma deve essere considerato fondamentale, rimane però a mio avviso – e mi sia consentito di ricordare che lo vado tenacemente ripetendo in tutte le sedi da quando ho assunto la funzione di rettore – la necessità di una serie di interventi concreti. E qui vorrei essere chiaro; non ho mai pensato ne penso a provvedimenti urgenti, ma a interventi che siano coerenti con le scelte concordate per la riforma, che vadano cioè nella direzione della riforma. Già nel maggio scorso ne indicai tre e non trovo la situazione modificata, se non per il fatto che purtroppo il tempo – che come tutti sappiamo è irreversibile – si è spostato in avanti di parecchi mesi. E qui li riassumo:

1) un insieme di provvedimenti organici sul diritto allo studio e cioè sulla determinazione di condizioni che evitino la selezione sociale. Sul diritto allo studio, sullo spostamento degli interventi dal contributo in danaro ai servizi, sono tutti d'accordo ma manca un piano organico;

2) impegno finanziario per la ricerca scientifica nell'Università e creazione di meccanismi e strutture di gestione della ricerca. Chiunque abbia lavorato nella ricerca sa che questi problemi non si risolvono in tempi brevi. Non riesco perciò a capire perché non si vuole cominciare con impegni precisi che costituirebbero un segno politico chiaro della volontà di mantenere all'università di massa la qualificazione;

3) la creazione di sedi nuove laddove la situazione è insostenibile. Non vedo a quale logica possa rispondere il rinviare ancora la creazione della seconda Università a Roma, l'Università di Tor Vergata. Un sesto della popolazione studentesca italiana è nell'Ateneo romano. Il provvedimento della seconda università di Roma può costituire un segno reale della volontà di intervenire, può dare anche maggiore credibilità alla volontà di fare la riforma. Io credo che le forze politiche che vogliono il rinnovamento non possano accettare su questo punto rinvii ulteriori. Nessuno capirebbe.

Allegato:
Autore: Antonio Ruberti
09/01/1978 - Tipologia: Intervento - Argomento: Università e Ricerca