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UNIVERSITÀ E RICERCA APPUNTAMENTO CON L'EUROPA

Media 2000 - 60 - anno 7, n. 1, gennaio 1989

«Nella costruzione di un sistema tecnologico, il sistema universitario europeo costituisce il piedistallo indispensabile. Senza lo sviluppo di tale sistema, che valorizzi anche la ricchezza potenziale della sua varietà ma realizzi processi forti di cooperazione, non sono possibili una scienza europea né una politica scientifica e tecnologica europea»

L'analisi dei programmi di ricerca europea ci offre esempi interessanti di iniziative che hanno realizzato nel campo della scienza e della tecnologia efficaci momenti integrativi.

Le iniziative della comunità, dal Centro comune al Programma quadro, il Cern e l'Esa, Eureka, sono buoni esempi di cosa l'Europa può fare. Ma, sul piano della mobilitazione delle risorse, esse sono ben lungi dal raggiungere un'adeguata massa critica. Ed inoltre in numerosi, troppi settori avanzati, ad esempio la biologia, la super conduttività, le tecnologie marine, ecc., la cooperazione europea stenta a decollare.

I processi di internazionalizzazione della ricerca europea procedono dunque lentamente sia sul piano comunitario, dove la Scienza e la Tecnologia ricevono un sostegno troppo limitato rispetto ad altri settori, sia sul piano non strettamente comunitario. Anche se l'internazionalizzazione offre alla ricerca condizioni di più elevata qualità e competitività, il trasferimento di fondi dalla ricerca nazionale a quella internazionale trova molte remore all'interno dei vari paesi e non sempre un sostegno convinto dei Governi nazionali.

Un elemento molto positivo dell'attuale quadro è la constatazione dei grandi risultati che si possono raggiungere nei settori in cui la cooperazione è consolidata ed ha dimensioni adeguate (dalla fisica delle particelle alla fusione nucleare e allo spazio). E così pure positiva è la disponibilità a cooperare della comunità scientifica e di quella tecnologica, che si è potuta registrare sia nel programma quadro (Brite, Race) sia nei progetti Eureka.

La comunità scientifica e tecnologica europea, per il suo interno dinamismo e la sua naturale vocazione alla collaborazione, può diventare, e in una certa misura già è, uno degli elementi propulsivi della integrazione, non solo scientifica, del Continente.

Se questo è vero, occorre offrire varchi e spazi a questo elemento propulsivo, anche nell'ambito attuale della morfologia politica del Continente. Processi più consistenti di sviluppo e di integrazione della Scienza e della Tecnologia europea possono e devono essere avviati per avvicinare le politiche dei vari paesi e convogliarle verso obiettivi comuni.

Per un sistema universitario europeo

Ma a me sembra utile focalizzare l'attenzione su un momento di debolezza dell'Europa. Le preoccupazioni in campo scientifico e tecnologico hanno avuto quale ambito preferito quello dei rapporti tra industria ed istituzione di ricerca. Una politica di intervento a livello europeo sui rapporti tra le Università non è stata ancora organicamente delineata, restando ancora confinata ad episodi di collaborazione del tutto circoscritti rispetto alla dimensione ed all'importanza strategica del fenomeno.

In realtà, ne sono fermamente convinto, non è possibile costruire una comunità europea integrata senza una corrispondente integrazione delle Università europee. Nella costruzione di un sistema tecnologico, il sistema universitario europeo costituisce il piedistallo indispensabile. Senza lo sviluppo di un tale sistema, che valorizzi anche la ricchezza potenziale della sua varietà ma realizzi processi forti di cooperazione, non sono possibili una scienza europea ne una politica scientifica e tecnologica europea. Eppure le potenzialità sono grandi ove si rifletta all'esperienza della fisica delle particelle, dove l'unione degli sforzi europei ha portato ai risultati che consentono di parlare in modo riconoscibile e riconosciuto di fisica europea. La separatezza esistente, sia pure in diverso grado nei vari paesi, tra industria ed università ha già prodotto danni alla vitalità della tecnologia europea.

La separatezza tra politica europea della tecnologia e politica europea dell'università rischia di generare ulteriori danni. Alludo alla carenza dei processi di formazione nei settori a tecnologia avanzata. Alludo anche al pericolo di non poter assicurare al progresso tecnologico quell'humus che ne assicura lo sviluppo a lungo termine e che solo la ricerca di base può generare, quella ricerca di cui l'università è sede naturale. Senza una ricerca di base integrata a livello europeo, i programmi di cooperazione nella ricerca corrono il rischio di mancare gli appuntamenti con le grandi innovazioni. L'attenzione, da dare in maniera ben più vigorosa, all'università in Europa deve, a mio avviso, concentrarsi prevalentemente su due aspetti:

a) innanzi tutto, il potenziamento, ove sussistano ordinamenti centralistici, dell'autonomia e della libertà delle singole università. In un quadro di autonomia e di libertà, le nostre Università possono non solo adeguarsi più rapidamente ai mutati bisogni di formazione e di collegamento con il sistema produttivo, ma anche misurarsi con le sfide culturali di questa fase di trasformazione. Le differenti tradizioni e la varietà dei patrimoni culturali sono un grande fattore di fertilità delle idee e di progresso della cultura generale del nostro Continente;

b) in secondo luogo, sono necessari incisivi processi di cooperazione tra le Università europee, al fine di rendere facile la comunicazione delle esperienze e il più possibile accessibili le capacità di formazione ai giovani, come futuri cittadini dell'Europa.

Certo in questa direzione alcune iniziative e sperimentazioni sono state sviluppate dalla Comunità europea con i programmi Erasmus e Comett, ma rispetto al ruolo che esse svolgono e sempre più sono destinate a svolgere per il compimento del disegno europeo, questi programmi non appaiono certo sufficienti. Costituiscono uno stimolo, ma il loro impatto non appare decisivo date le loro ridotte dimensioni. Del resto, non si comprende perché non si debba intervenire a favore dell'integrazione universitaria, attraverso processi di formazione e programmi di ricerca, con livelli di sostegno e di impegno analoghi a quelli adottati per la ricerca industriale ed extra universitaria.

Come con Eureka si è ritenuto, attraverso adeguati sostegni finanziari, di dover premiare il principio della «internazionalizzazione della ricerca», così ritengo che si debba valorizzare il momento della "internazionalizzazione della formazione e della ricerca universitaria" attribuendo ad essa un valore strategico per la crescita culturale e professionale dei giovani, per la qualità della ricerca universitaria europea, per il sostegno dell'università al sistema tecnologico dell'Europa. Un programma europeo, delle dimensioni del Programma quadro Cee o di Eureka, potrebbe affiancarsi alle iniziative comunitarie e stimolare quindi poderosamente l'integrazione universitaria in Europa e soprattutto la formazione autenticamente europea dei nostri giovani.

Un nuovo equilibrio tra produzione e difesa dell'ambiente

Vorrei ora evidenziare come l'individuazione di una politica di crescita dell'Europa scientifica e tecnologica non possa essere ispirata solo da preoccupazioni quantitative. Non si tratta cioè solamente di perorare lo sviluppo politico dell'Europa, l'espansione della collaborazione internazionale, lo stesso inserimento dell'Università nei processi di integrazione comunitari. Occorre andare oltre, confrontando i problemi della crescita scientifica, tecnologica e industriale dell'Europa, con l'esigenza di salvaguardare ed ampliare lo standard di qualità della vita umana. E ciò significa stabilire un giusto equilibrio tra sviluppo tecnologico-industriale e rispetto dell'ambiente.

Questo principio dell'equilibrio tra economia ed ecologia è destinato a caratterizzare fortemente le scelte da farsi e deve ispirare il comune programma di sviluppo scientifico e tecnologico, adattato alle esigenze più profonde della società, che i giovani sentono in modo anche istintivo come decisive per il futuro.

La ricerca europea non può ignorare forme di crescita non governate che si trasformano in processi distruttivi delle condizioni naturali di vita. Deve perciò esservi un impegno concreto, che stimoli chiunque sia chiamato a scelte nel campo della Scienza e della Tecnologia, ad armonizzarle con le esigenze di tutela dell'uomo e del suo habitat.

Sull'esigenza di un quadro più ampio

Nelle riflessioni che ho sviluppato, il riferimento allo spazio europeo è analizzato in rapporto solo agli spazi americano e giapponese, ed invece non possiamo non porci il problema del rapporto con i paesi in via di sviluppo e del ruolo che la ricerca e la formazione possono e debbono avere per il loro progresso.

Tutti sappiamo che il progresso politico ed economico delle aree in via di sviluppo costituisce un fattore essenziale di equilibrio politico mondiale ed anche un fattore di crescita generale. Dall'avanzamento della ricerca e della scienza in Europa può certamente derivare un contributo significativo al progresso del Terzo Mondo, purché non si perdano di vista le caratteristiche peculiari di quei paesi in termini di disponibilità e carenza di know-how, di esigenze di formazione, di sviluppo di tecnologie appropriate, di promozione e di capacità manageriali locali, ma anche di rispetto degli interni equilibri socio-culturali.

Occorre, su questi problemi, che il nostro Continente modifichi una visione tutta eurocentrica dello sviluppo tecnologico e si confronti con orizzonti più ampi, superando tra l'altro l'approccio assistenziale allo sviluppo del Terzo Mondo, o la logica riduttiva dell'aiuto.

Conclusioni

Un approfondimento del dibattito su questi temi è indispensabile. Le decisioni sempre più frequenti di nuovi programmi di ricerca richiedono chiarezza sulle finalità e sui principi guida; rischiamo altrimenti di decidere a livello nazionale ed europeo senza consapevolezza degli obiettivi generali. Porto un esempio recente: il nuovo programma del Centro comune di ricerca. Chi ha seguito il dibattito in ambito comunitario per l'impostazione dei nuovi programmi del Centro comune, sa con quale fatica si sia riusciti a ridefinire come obiettivi del laboratorio di Ispra la sicurezza rispetto ai rischi industriali in generale e nucleari in particolare e la difesa dell'ambiente.

Eppure, in una fase in cui la tecnologia nel suo avanzamento pone crescenti problemi di sicurezza, nell'affrontare la ristrutturazione dei laboratori di Ispra era naturale assumere come obiettivo la ricerca sui modi, sui meccanismi, sugli strumenti di contenimento degli effetti negativi del progresso tecnologico sull'ambiente, dal rischio nucleare a quello industriale.

È evidente infatti che un avanzamento sui problemi della sicurezza è destinato a contribuire all'individuazione di un corretto equilibrio tra produzione e difesa dell'ambiente, tra economia ed ecologia. Per il futuro di Ispra la chiarezza degli obiettivi ha consentito di elevare il confronto al livello delle scelte strategiche e di definire un quadro in cui ristrutturazione e rilancio si potessero collocare come un necessario impegno europeo anche sul fronte della difesa dell'ambiente.

Allegato:
Autore: Antonio Ruberti
01/01/1989 - Tipologia: Articolo - Argomento: Spazio Europeo della Conoscenza